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Santo del giorno 14 agosto: Santi Antonio Primaldo e 800 compagni martiri d'Otranto PDF Stampa E-mail
Sabato 14 Agosto 2021 00:00

Santo del giorno 14 agosto: Santi Antonio Primaldo e 800 compagni martiri d'OtrantoNell’anno 1480, neppure trent’anni dopo l’occupazione di Costantinopoli da parte del sultano turco Maometto II che aveva fatto cadere l’Impero Romano d’Oriente, papa Sisto IV, giustamente preoccupato dalle mire espansionistiche musulmane, si prodigò inutilmente affinché si formasse una lega cristiana di difesa. Il progetto ottomano era grandioso: occupare Otranto, conquistare il sud d’Italia, poi su, fino alla Francia e ricongiungersi con i musulmani di Spagna. Il 28 luglio centocinquanta navi turche, con diciottomila uomini, sbarcarono sulla lunga spiaggia presso i Laghi Alimini. Il Re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, era in Toscana e la sua guarnigione, impaurita, si dileguò. Fu intimata la resa, ma i capitani, Francesco Zurlo e Antonio de’ Falconi, risposero gettando simbolicamente in mare le chiavi della città. Per dodici terribili giorni Otranto venne bombardata sia da terra che da mare, fino a quando i mori riuscirono a penetrare all’interno abbattendo una porta secondaria delle mura. Massacrarono tutti coloro che trovarono per le strade e anche nelle case, facendo poi irruzione nella cattedrale. L’Arcivescovo, Stefano Pendinelli, stava celebrando il Sacrificio Eucaristico: sacerdoti, frati e molti del popolo furono massacrati mentre pregavano. L’anziano presule, con gli abiti pontificali e la croce in mano, fu ucciso con un colpo di scimitarra che gli staccò di netto il capo. Era l’11 di agosto. Le donne furono ridotte in schiavitù, alcune anche violentate, mentre i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su, furono imprigionati. Tre giorni dopo, incatenati e seminudi, a gruppi di cinquanta, partendo dai pressi dell’odierna cappella della Madonna del Passo, furono condotti sul Colle della Minerva. Fu chiesto loro, ripetutamente, di abiurare la fede cristiana per aver salva la vita; venti di loro riscattarono la libertà pagando trecento ducati a testa. Un anziano cimatore di panni, Antonio Pezzulla, esortò i compagni a difendere il proprio credo e fu il primo a essere decapitato: venne quindi detto “Primaldo”. Era iniziato l’orribile massacro: le cronache raccontano che il corpo di Antonio, senza testa, rimase in piedi fino all’esecuzione dell’ultimo concittadino. Profondamente scosso, il carnefice Berlebey si convertì e fu impalato poco distante. Otranto, fiorente città di dodicimila abitanti, era irriconoscibile, ma la sua eroica resistenza aveva permesso all’esercito aragonese di raggiungere il Salento e sventare il pericoloso disegno espansionistico ottomano. L’esercito liberatore fu composto anche dalle truppe del Papa (che per sensibilizzare gli stati cristiani aveva nominato nunzio apostolico il Beato Angelo Carletti) e da quelle dei Medici. Si formarono tre presidi militari (Roca, Castro e Sternatia), ma i turchi resistettero tredici mesi durante i quali la cattedrale fu trasformata in moschea e ci furono diversi scontri e scorribande nei paesi vicini. Finalmente l’8 settembre 1481 i turchi si ritirarono, anche a seguito della morte di Maometto II.  Qualche mese prima dell’eccidio, san Francesco da Paola, dall’Eremo di Paternò, dopo una premonizione mistica, aveva scritto a re Ferdinando I di Napoli nel tentativo di salvare Otranto, ma non fu ascoltato. Ai suoi confratelli aveva detto: «Otranto città infelice, di quanti cadaveri vedo ricoperte le vie; di quanto sangue cristiano ti vedo inondata». Due secoli prima anche l’abate Verdino da Otranto (morto nel novembre 1279), dal monastero di Cosenza, aveva predetto: «La mia patria Otranto sarà distrutta dal dragone musulmano». Cinque giorni dopo la liberazione si poterono recuperare i corpi dei Martiri che, nonostante giacessero, da oltre un anno, abbandonati sul colle, erano per buona parte incorrotti. La maggior parte di essi venne pietosamente sepolta nella cripta della cattedrale. A Otranto, l’anno successivo, in cattedrale fu loro dedicata una cappella alle cui spese contribuì il Re con una donazione. L’eccidio degli idruntini ebbe vasta eco in tutta Italia: ne scrissero molti storici mentre Ludovico Ariosto compose la commedia «I Suppositi». Nel 1539 l’Arcivescovo Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli Ottocento, loro imposto in odio alla fede cristiana. Il popolo, proprio durante il pericolo di altri assedi (nel 1537 e nel 1644), invocò costantemente la loro protezione. Solo nel 1755-56 si poté tenere a Otranto, sotto il Vescovo Niccolò Caracciolo, il processo ordinario, i cui atti però non furono ritenuti validi dalla Sacra Congregazione dei Riti. Dal 1770 al 1771 fu celebrato un secondo processo ordinario dal Vescovo di Lecce Alfonso Sozy Carafa. Gli atti di questo secondo processo furono esaminati e, il 14 dicembre 1771, si ebbe il decreto di conferma del culto da tempo immemorabile tributato ai Martiri di Otranto: papa Clemente XIV, quindi, li proclamò solennemente beati. Il 5 ottobre 1980, in occasione del cinquecentesimo anniversario del martirio, Papa Giovanni Paolo II visitò la città e lanciando il suo messaggio di pace additò «alle moltitudini convenute da ogni parte le vie della verità e della grazia, la fratellanza con i popoli d’oriente» (dalla lapide posta in cattedrale a perenne ricordo). Nella stessa circostanza, a partire dal 1979, si tenne una solenne “peregrinatio” delle reliquie dei martiri, che nel 1980 passarono per il monastero delle Clarisse di Soleto. Una delle monache, suor Francesca Levote, era ricoverata in ospedale a Genova per un cancro endometrioide dell’ovaio con progressione metastatica (al quarto stadio) e grave complicazione dello stato generale. Il giorno in cui l’urna dei martiri passò per il monastero, le consorelle invocarono la loro intercessione per lei: fu guarita completamente. Suor Francesca, che era in monastero dal giugno 1945 ed era nata il 5 novembre 1926, visse fino al 2011, quando morì per cause estranee alla precedente malattia. La canonizzazione dei martiri di Otranto è stata a lungo auspicata, ma mancava, secondo le normative vigenti per le Cause dei Santi, il decreto circa il riconoscimento del martirio. Perché ciò avvenisse, nel 1988 l’Arcivescovo di Otranto nominò una commissione storica che raccogliesse, in modo sistematico, tutta la documentazione necessaria. Si è quindi celebrata l’inchiesta diocesana relativa, dal 16 febbraio 1991 al 21 marzo 1993, convalidata dalla Congregazione delle Cause dei Santi col decreto del 27 maggio 1994. Il 28 aprile 1998 i Consultori storici della Congregazione hanno esaminato la documentazione, passata poi ai Consultori Teologi, che, il 16 giugno 2006, hanno espresso parere positivo. Anche i cardinali e i vescovi membri della stessa Congregazione, il 17 aprile 2007, hanno riconosciuto che l’uccisione degli Ottocento avvenne perché restarono saldi nella loro fede. Il 6 luglio 2007, infine, papa Benedetto XVI ha disposto che la Congregazione delle Cause dei Santi pubblicasse il decreto sul martirio. Il 27 maggio 2011 la Congregazione delle Cause dei Santi con decreto riconobbe la validità dell’Inchiesta diocesana sul processo relativo all’asserito miracolo avvenuto a suor Francesca Levote. Il 20 dicembre 2012 papa Benedetto XVI autorizzò la pubblicazione del decreto con cui la guarigione della religiosa era riconosciuta come rapida, completa e duratura e operata dal Signore per intercessione dei Beati Antonio Primaldo e compagni. La loro canonizzazione è stata celebrata da papa Francesco a Roma, in piazza San Pietro, il 12 maggio 2013. Gli Ottocento Martiri di Otranto sono patroni della diocesi e della città di Otranto dal 1721, ovvero da molto prima che il loro culto venisse ufficializzato. Sono da sempre festeggiati il 14 agosto, giorno della loro nascita al Cielo. Dal 1711 le ossa della maggior parte di essi sono custodite in cattedrale, in sette grandi armadi. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli; sotto all’altare vi è il ceppo della decapitazione. Nel calendario della diocesi di Napoli sono invece ricordati il 13 agosto, il giorno precedente all’anniversario della morte. Questo perché le reliquie di altri duecentocinquanta circa furono portate nella chiesa di Santa Maria Maddalena, detta dopo dei Martiri. Trovarono poi definitiva collocazione nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Al centro della medesima cappella della cattedrale di Otranto si trova un’antica e prodigiosa statua della Madonna. Durante la presa della città un soldato, credendola d’oro, la rubò. La portò a Valona, ma quando vide che era solo di legno dorato la gettò tra i rifiuti. Vi era in quella casa una donna otrantina, tenuta come schiava che, vista la sua Madonna, gelosamente la raccolse. Il permesso per rimandarla a Otranto lo ottenne quando la padrona, che era incinta, colta dalle doglie, partorì felicemente solo dopo le sue preghiere. La tradizione dice che, posta su una piccola imbarcazione, senza vela e senza che nessuno fosse a bordo, da sola tornò ad Otranto. In un’esplosione di gioia collettiva fu riportata in cattedrale, accolta dal Vescovo Serafino da Squillace.

estratto da: http://www.santiebeati.it

da Centro Cultura Popolare