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Home Centro Cultura Popolare Comunicati Ostra Vetere: Mensilario di pubblicazione della sentenza di Libertà Autonomia e Giustizia per Montenovo il 10 maggio 1252
Ostra Vetere: Mensilario di pubblicazione della sentenza di Libertà Autonomia e Giustizia per Montenovo il 10 maggio 1252 PDF Stampa E-mail
Sabato 10 Giugno 2023 18:47

Ostra Vetere: Mensilario di pubblicazione della sentenza di Libertà Autonomia e Giustizia per Montenovo il 10 maggio 1252”Un popolo che non ha memoria del proprio passato è destinato a non avere nemmeno un futuro”. Per questo il Centro di Cultura Popolare in quasi mezzo secolo di attività ha promosso anche una collana di testi di storia e cultura locale, affinchè nessuno dimentichi si siamo e cosa siamo stati fin dagli albori della Libertà, dell’Autonomia e della Giustizia 900 anni fa. Nella Marca d’Ancona la fine del XII secolo vede l'affermarsi dei liberi Comuni stretti in una lega, capeggiata da Ancona ed Osimo, e sostenuta dal pontefice Innocenzo III, lega che costringe l'ultimo marchese imperiale Marqualdo d'Anweiler a fuggire in Sicilia. La morte dell'imperatore Enrico VI e la minore età di Federico II, privando dell'appoggio militare le signorie locali, accelerano il processo di proliferazione delle nuove realtà comunali. La progressiva affrancazione delle popolazioni della nostra zona (1) (V. VILLANI,  Nascita di un Comune - Serra de' Conti nel Comitato di Senigallia (sec. X-XIII) - Comune di Serra de' Conti, Biblioteca Comunale 1980 - p. 90) vede prima il fiorire dell'autonomia locale dei Comuni di Monte Bodio (oggi Ostra), di Rocca Contrada (oggi Arcevia) ai quali si aggiungono poi i Comuni di Corinaldo e di Montenovo (oggi Ostra Vetere) che troviamo già organizzati e riconosciuti nel 1230, mentre a questa data non compaiono ancora i Comuni di Serra e di Barbara, probabilmente perchè ruotano ancora nell’orbita delle rispettive signorie feudali. Più precisamente la "villa di Barbara" dipende dalla Abbazia di Sitria, il cui dominio si conserva ancora solido nei decenni successivi. A fronte dello sviluppo dell'autonomia comunale, numerosi sono i tentativi di penetrazione e di restaurazione imperiale nella Marca, alla riconquista del perduto potere, appoggiati dal ridestato spirito ghibellino di alcune città e dalla nascita di un vero e proprio partito filo-imperiale. Ciononostante la Santa Sede accentua sempre di più la sua presenza provvedendo a effettuare il riordinamento amministrativo della Marca, dividendo il suo territorio in tre Presidiati competenti in materia spirituale, civile e criminale: il territorio senigalliese viene quindi sottomesso al Presidiato di San Lorenzo in Campo. Tuttavia la vittoria dell’imperatore a Cortenuova nel 1237 sui Comuni dell'Italia settentrionale segna la ripresa delle ostilità ghibelline anche nell' Italia centrale. Fra il 1239 e il 1240 entra nella Marca il figlio di Federico II, Enzo, che assume la reggenza anche del Comitato di Senigallia e recluta milizie nei Comuni della zona. Le truppe imperiali operano saccheggi e requisizioni nell'entroterra senigalliese, spingendosi fin verso le contrade del Farneto sul Nevola (verso Castelleone), del Montale e del Cronale Grosso nella valle del Misa (verso Serra de’ Conti), occupando anche la villa di Barbara. Allora gli abitanti di quest'ultima sono costretti ad abbandonare le loro case dopo averle distrutte, e a trasferirsi con i loro beni nel castello di Montenovo, poichè non possono sperare protezione dal loro signore feudale: l'Abate di Sitria. Naturalmente la fuga spinge i barbaresi a liberarsi anche dai vincoli di servaggio feudale, prestando il giuramento di "castellanìa" o di incastellamento, che li affranca definitivamente dal loro signore: ciò corrisponde anche agli obiettivi interessi del Comune di Montenovo che, con il giuramento di castellanìa di oltre una quarantina di famiglie di profughi, viene a incrementare il suo peso politico ed economico nella zona. Ben volentieri quindi il Comune di Montenovo accetta l'incastellamento, anzi lo favorisce mandando una moltitudine di suoi cittadini ad aiutare i barbaresi nella fuga. Questi ultimi quindi, con la conquistata libertà personale, acquisiscono tutti i diritti tipici dei "liberi": da allora in avanti possono liberamente possedere i loro beni, venderli e acquistarli, decidere di far sposare liberamente le loro figlie, difendersi in giudizio e cosi via. Naturalmente l'acquisizione di questi diritti esige un costo: e infatti gli stessi devono pagare al Comune che li ha accolti le tasse o "affitti", ma comunque nella stessa misura degli altri concittadini. Dopo il 1248 però, quando il Legato Pontificio Cardinale Rainerio entra nella Marca con un contingente di truppe senza trovare eccessiva resistenza, iniziando l'opera di restaurazione dell'autorità pontificia, l'Abate di Sitria, che solo per necessità contingenti aveva acconsentito a che i barbaresi trovassero scampo nella fuga sia dai nemici imperiali e sia dalla sua autorità feudale, tenta di riprendersi gli antichi diritti sugli uomini e sui loro beni. A questo proposito nel 1252 intenta causa davanti al giudice di San Lorenzo in Campo, di fronte al quale convengono sia il Sindaco (nel senso di procuratore) dell'Abbazia di Sitria, sia il Sindaco del Comune di Montenovo con uno stuolo di testimoni che sostengono il buon diritto, ormai consolidato da oltre 12 anni, del Comune a esercitare la piena giurisdizione sugli scampati barbaresi. Naturalmente depongono anche i barbaresi a sostegno della tesi di Montenovo, evidenziando che erano sì fuggiti, ma con il consenso dell'Abate, e avevano anche giurato "castellanìa" a Montenovo, ma non avevano potuto fare altrimenti, poichè costrettivi non dai montenovesi, ma dalla paura dei "teutonici" e dalle straordinarie vicende del tempo. Non erano quindi fuggiti in malafede, bensì spintivi dalle necessità, nè si erano sottratti all'autorità dell'Abate con la frode e l'inganno: chiedono quindi il riconoscimento del loro buon diritto a rimanere "uomini liberi" sotto la giurisdizione del libero Comune di Montenovo contro le tardive pretese dell'Abate di Sitria che, con il processo, intende invece riportarli al loro antico stato servile, presumibilmente sostenendo che i barbaresi erano stati costretti a giurare fedeltà a Montenovo dagli uomini di questo castello, i quali, per rendere irrevocabile la loro imposizione, avrebbero incendiato le case e poi razziato le masserizie, deportando gli stessi uomini di Barbara. Tutte le testimonianze servono invece a provare il contrario: il fuoco non era stato appiccato prima della fuga, ma dopo, e non erano stati i montenovesi a bruciare la villa di Barbara, ma i suoi stessi abitanti per non farla cadere intatta nelle mani degli incursori imperiali teutonici di Federico II, e infine che i montenovesi non avevano costretto nessuno, anzi erano andati ad aiutare quelli di Barbara e ciò solo dopo essere stati più volte sollecitati. Questo è tutto quel che si ricava dalla più antica pergamena conservata nell'Archivio Storico di Montenovo a tutt’oggi inedita: un rotolo fittamente manoscritto, lungo più di tre metri, che contiene le deposizioni dei testimoni a favore della tesi di Montenovo. Uno dopo l’altro, ben 58 testimoni sfilano davanti al Giudice Rainaldo e al suo notaio Massarello, che verbalizza, per confermare con esasperante monotonia la tesi della volontarietà dell’incastellamento in Montenovo dei profughi barbaresi. Per la verità non tutte le deposizioni sono ugualmente prive di spunti interessanti: anzi qualcuna è decisamente illuminante sulla struttura, sul funzionamento e sulla stessa vita della comunità comunale duecentesca. Sappiamo così dalle deposizioni di Attolino di Riccardo e di Guidolo di Ota che alcuni giuramenti di incastellamento furono pronunciati nella piazza del Comune. Benvenuto di Attolino invece, con la sua deposizione, ci informa che nel 1240 il Comune di Montenovo era retto da due consoli: Guidone di Vinciguerra e Ammazzaconte. Il nome di quest'ultimo console la dice lunga sullo spirito accesamente antifeudale dei partigiani della autonomia comunale: il padre di questi doveva essere talmente nemico di ogni autorità imperiale e feudale da imporre un nome cosi barbaramente e fanaticamente antighibellino al figlio da rasentare l'ossessività di un sentimento che ben individua i caratteri violenti e passionali di quello squarcio di medioevo. Nicola di Patrignano ricorda che alcuni barbaresi avevano giurato l'incastellamento in una domenica di maggio davanti all'olmo al centro della piazza del mercato o "mercatale" che, se la residua toponomastica ancora vagamente rammentata non ci inganna, avrebbe dovuto trovarsi fuori dalle mura castellane, che allora avevano un giro molto più stretto di quello attuale, e proprio dove ora è la metà più stretta della piazza della Libertà, mentre l'altra metà, un tempo occupata dalla antica chiesa di San Francesco ora demolita, all'epoca dei fatti narrati non era ancora stata edificata. E’ questa la lezione di storia patria che affidiamo alla memoria della nostra comunità locale, perché sappia trovare motivo per riaffermare sempre la sua identità popolare ispirata ai principi di Libertà, Autonomia e Giustizia.

da Centro Cultura Popolare

 

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