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Home Centro Cultura Popolare Comunicati Giancarlo Barchiesi: storie e storielle dell'antica Ostra
Giancarlo Barchiesi: storie e storielle dell'antica Ostra PDF Stampa E-mail
Domenica 02 Agosto 2009 20:47

La lapide dedicatoria del Collegio dei Centonari di Ostra AnticaDal nostro lettore Giancarlo Barchiesi, che ringraziamo, riceviamo la foto della tavola dedicatoria del Collegio dei Centonari romani di Ostra Antica, che alleghiamo, e il seguente articolo: "Storie e storielle di Ostra Antica. Si è conclusa la campagna di scavo 2009 nell'area archeologica delle Muracce. E' stata rinvenuta una parte del foro e della strada principale dell'antica città romana. Nell'area del tempio è stato rinvenuto invece un prezioso mosaico. Quest'anno, allo scavo hanno partecipato, come per gli anni passati, studenti e ricercatori dell'Università di Bologna sotto la direzione effettiva dei dottori Cristian Tassinari e Michele Silani. La direzione scientifica dell'intervento è dei professori Pier Luigi Dall'Aglio e Sandro De Maria del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna, e del dott. Giuliano De Marinis, Soprintendente per l'Archeologia delle Marche. Il progetto di valorizzazione della zona archeologica di Ostra Vetere, frutto di una convenzione sottoscritta nel settembre 2004 tra l'amministrazione comunale di Ostra Vetere, l'Università di Bologna e la Soprintendenza archeologica delle Marche, ha evidenziato, anche quest'anno, significativi e importanti risultati, che vanno nella direzione di riportare alla luce gran parte dell'antica città romana, i suoi reperti e i suoi resti. Ora la colorita fantasia popolare torna a dipingere "bozzetti" di vita e di cultura... vissuta, perdendosi nel mondo fascinoso della leggenda, di storie nate proprio su, e dai, resti della mitica Ostra imperiale. Tante sono le "storie e storielle", o leggende come quella delle "bocce d'oro" e come quella del "telaio d'oro", e altre ancora. Tante sono le "spigolature" fantastiche, ricche e vibranti, di chi sull'impronta nostalgica del passato, costruisce (nel presente), per sè e per gli altri, "ameni inganni" per un futuro migliore. Così, dunque, ci riferisce il ricercatore storico Giancarlo Barchiesi: "Una civetta con mani d'uomo punì i profanatori di un immenso tesoro". E' il titolo di una delle tante "storielle" che, ancora oggi, i nostri vecchi, depositari della saggezza popolare, raccontano stretti in un alone di mistero. Nelle lunghe serate d'inverno, si è soliti riandare con il pensiero alla "paurosa avventura di Antonio T.". Ci si chiede che fine avrebbe fatto questo individuo, perchè, se è vero che il demonio appare sotto orme diversissime e cangevoli, non v'è dubbio che il Nostro potrebbe confermarlo senza tema di smentita. Antonio T., era un uomo che non credeva nelle favole, non conosceva la paura: lui aveva due braccia legnose. Era un Ercole con un cuore indomito. Quest'uomo aveva sognato una persona morta che gli aveva detto di recarsi nei pressi di una grande "quercia", spaccata da un fulmine, sotto la quale si celava un tesoro favoloso. E lui s'era costruito addirittura una capanna di canne, sul posto dello "scavo", per non allontanarsi nemmeno un attimo nei brevi momenti di riposo. Una notte, mentre scavava come al solito, improvvisamente molta terra rovinò vicino ai suoi piede e la buca, già grande e profonda, si aprì addirittura in una voragine. Antonio T., vide tre, quattro casse aperte e traboccanti di oggetti rari e preziosi. Avrebbe voluto gettarsi sopra, ma tutto il suo corpo era come pietrificato. Un gelo gli salì, allora, dalle gambe. Voleva gridare, ma la sua bocca non emetteva alcun suono. La luce svanì a poco a poco, mentre dal cavo della grotta sotterranea emerse una gigantesca civetta, rossa, con gli occhi di "bragia" e senza ali, ma con mani umane, bianchissime che serravano una frusta con la quale il povero Antonio T. venne scudisciato senza pietà. L'uomo cadde a terra in stato di semincoscienza e alcuni viandanti, la mattina dopo, lo soccorsero boccheggiante e stordito sul greto del fiume che scorreva nei pressi. Quando si riebbe, Antonio T., constatò con stupore che il posto dove aveva "lavorato" con accanimento per giorni e giorni non esisteva piu'. Solo la capanna di canne era ancora al suo posto. "La storia è vera - affermano i nostri vecchi - Lo sanno tutti che quel tesoro esiste veramente, ma lo custodiscono le forze del male, il diavolo in persona". "E' il demonio che fa buona guardia al tesoro - ribadiscono i contadini che lavorano ancora oggi nei pressi di quel favoloso tesoro. A noi bastano quelle rare monetine di bronzo che ogni tanto urtano (come altre anforette di terracotta) contro il vomere degli aratri".

Giancarlo Barchiesi

 

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